Forse, ma con la dovuta consapevolezza del rischio politico messo in campo, abbiamo un ruolo particolare  nella vicenda abruzzese di questi ultimi anni, come dimostra lo sviluppo della cronaca economica e politica (meglio non parlare di storia, materia delicata da affidare agli specialisti). Un lungo periodo, contrassegnato da una battaglia di opposizione sociale alle tante  scelte sbagliate in materia di diritti e di politica industriale e finanziaria, nazionale e regionale, ma sempre con la ragione  tesa a raggiungere accordi utili al mondo del lavoro e alla difesa di  una idea della democrazia e del confronto. Una disponibilità ad affrontare, in un percorso  partecipato, la fine della una lunga fase dello sviluppo abruzzese, oggi caratterizzato da una crisi settoriale ed aziendale di vaste proporzioni. Quindi, quella della opposizione sociale, ha rappresentato  una linea tesa ad ottenere risposte alle più nere previsioni, elaborate dalla CGIL Abruzzo, sul futuro dell’Abruzzo. Negli anni 2001-03 abbiamo privilegiato il tentativo di conquistare la nuova Giunta regionale di centro-destra, ad una analisi impietosa sullo stato reale dell’economia abruzzese e delle sue prospettive. La risposta non solo è stata deludente, ma anche incosciente, visto l’accalorarsi, da parte dei nuovi governanti, a dimostrare una  inesistente immagine rosea di un Abruzzo  “ piccola svizzera”. Con lo sciopero generale  del Febbraio2003, è iniziata un’azione isolata da parte della sola CGIL, ripetuta con CISL e UIL nel  2004, una volta che quest’ultime hanno preso atto del desolante “far niente”, della Giunta regionale. Un anno, il 2004, che  chiude con la perdita di oltre 17.000 posti di lavoro nell’industria, come era ampiamente prevedibile. Un rischio denunciato, per creare un’attenzione ed una unità di intenti su come affrontare la situazione. Le risposte provenienti dal centro-destra, supportate da analisi fantasiose provenienti, anche  dalla Direzione della ineffabile Agenzia Regionale del Lavoro, sono stati insulti nei confronti della CGIL accusata di catastrofismo e di speculazione politica di  professione. È doveroso ricordare che  l’allarme lanciato riguardava, e riguarda, la necessità di un esame sul modello di sviluppo abruzzese, che una volta raggiunto il massimo, ha imboccato la via del lento declino fino a manifestarsi, in questi giorni, con fenomeni di espulsione della forza lavoro, in termini di migliaia di unità. Questa analisi è oggi condivisa da tanti: Rappresentanze delle forze sociali ed imprenditoriali, economisti,  studiosi e perfino dai politici allora più tiepidi e poco inclini, a condividere la nettezza di giudizio che ha contraddistinto la CGIL Abruzzo in questi ultimi anni. È quindi necessario ripensare il futuro, ed a tale proposito abbiamo dato un giudizio di attenzione positiva alle dichiarazioni programmatiche del Presidente Del Turco. Bisogna lavorare, proprio in questa  fase contrassegnata da una profonda crisi congiunturale internazionale sull’emergenze, a riflettere su come affrontare e prepararsi alla ripresa economica. La prima risposta da dare riguarda l’azione da intraprendere sui  limiti perenni dell’Abruzzo: la funzionalità della Pubblica Amministrazione e dell’intero sistema della rappresentanza, gestione ed erogazione dei servizi regionali; la crescita della dotazione infrastrutturale; l’avvio di una forte iniziativa per la crescita del sapere accompagnata ad una profonda riqualificazione del Mercato del lavoro. Segnali pervenivano da autorevoli ricerche, tra le quali, lo studio della Fondazione Siemens-Ambrosetti, impietosa, ma realistica sulla situazione regionale. Ma il  nascondere la testa nella sabbia, il  ribadire una visione rosea della situazione abruzzese, la fuga dalla richiesta dell’apertura di  un vasto processo di confronto e concertazione, ad esempio sul nuovo  Piano di Sviluppo regionale, scaduto ormai da cinque anni non ha consentito un avvio diverso e più utile nell’affrontare problemi ormai irrinviabili. Ma forse era  pretendere troppo da una Giunta, e da una maggioranza, che non solo non è riuscita a darsi un programma di fine legislatura, ma non ha saputo approvare in cinque anni un legge programmatica di settore.

Un contesto politico ed economico che ha esaltato, in basso, l’Abruzzo duale, della doppia velocità dello sviluppo. Allora un tema prioritario, da questo punto di vista, deve essere quello dello sviluppo, delle politiche industriali edella localizzazione dell’indotto, in un’ottica meno spontanea e più guidata,  perseguendo obbiettivi di riequilibro territoriale e di reindustrializzazione.  Azioni come questa devono essere accompagnate dalla messa a punto di opportunità localizzative a favore delle aree interne facendo scelte conseguenti  nella Finanziaria regionale e con le leggi di settore. Le confederazioni sindacali, hanno chiesto, invano, per anni l’assunzione di  una norma di carattere generale impegnativa per tutti gli atti legislativi: la previsione di una quota di riserva per le aree interne. Ma anche dall’apparato industriale esistente possono arrivare occasioni. Ad esempio l’accordo Micron. Il recente accordo sottoscritto con la Micron (1.600 occupati) dal sindacato abruzzese, confederale e di categoria a tutti i livelli, , è la vicenda recente che aggiunge più credibilità alla battaglia di CGIL CISL UIL Abruzzo per la difesa, il consolidamento e l’ampliamento dell’apparato produttivo installato nella regione. La Micron, partita da posizioni ideologiche di rifiuto del sindacato, ha convenuto e sottoscritto  impegni che offrono molto spazio all’azione del sindacato a livello aziendale, oltre che sedi di monitoraggio aperte al territorio.  La Micron, che aveva minacciato il declino dello stabilimento di Avezzano, si è impegnata a preservare nel tempo, attraverso nuovi investimenti e una nuova qualità dell’intervento a favore del territorio. Analoga operazione, la nuova Giunta regionale, dovrà essere perseguire nei confronti della Sevel, della Honda etc. Non deve mancare il coraggio e la voglia di affrontare un terreno così impegnativo. Su questo percorso è possibile avviare una spinta sul terreno della ricerca e dell’innovazione, per ridurre il danno dovuto dalla  riduzione degli investimenti pubblici e privati, che ha penalizzato  anche la partecipazione del sistema produttivo della nostra regione alle politiche e ai programmi nazionali ed europei, con il rischio di ulteriori danni per il futuro delle nostre industrie, tagliate fuori dalle ricadute di importanti progetti. La Regione, inoltre, dovrà saper mettere  a sistema le risorse pubbliche e private esistenti ed  attivare un circuito virtuoso ricerca-innovazione-trasferimento tecnologico per la competitività del sistema produttivo e dei servizi, pubblici e privati. Un impegno prioritario per modificare in positivo le cause della crescente crisi di competitività consiste in forti politiche, nazionali, regionali e territoriali, di ricerca, trasferimento tecnologico, innovazione, formazione, da coniugare con una politica industriale in grado di scegliere e monitorare priorità e risorse.  Infatti, nel nostro sistema industriale, accanto a problemi di struttura, è carente sia una politica di governance, sia una rete di credibili istituzioni di orientamento e di controllo delle politiche industriali e del risparmio a sostegno degli investimenti in ricerca  sviluppo.  A tale fine è sufficiente ricordare il penoso ritardo, accumulato nei meandri della politica regionale,  dalla proposta sull’Ente di Sviluppo Abruzzese (ESA),  limitata, certo, ma  meritevole di attenzione vista la necessità  di un centro di comando per lo sviluppo industriale regionale. Non è inutile ricordare, a tale riguardo, l’immancabile necessità di coerenza tra  gli orientamenti che stanno maturando nell’U.E, e l’avvio, congiunto, di politiche  innovative ed ecosostenibili in materia di agricoltura, artigianato, territorio ed aree urbane, anche al fine di migliorare l’ambiente e la qualità della vita.

Certo, la qualità della vita degli abruzzesi, è l’altro corno del problema. Un recente studio dell’Ires, Istituto di ricerche economiche e sociali,  evidenzia l’esistenza, in Abruzzo, il “ritorno di pericolose forme di disuguaglianza sociale, economica e culturale”, e di concreti   “segnali significativi dell’effetto, sulle famiglie e sui lavoratori, di una  recessione in atto, nella Regione, sia dal lato della domanda di beni di consumo e di investimento sia dal lato della produzione di beni e servizi”.  I lavoratori a reddito fisso hanno perso, in Abruzzo, negli ultimi tre anni, il loro potere di acquisto. I salari valgono sempre meno: lo dimostrano tutti gli indicatori trimestrali su retribuzioni lorde, oneri sociali e costo del lavoro che hanno, inconfutabilmente, definito che l’inflazione, pur se teniamo conto di quella registrata dall’ISTAT i cui valori sappiamo essere a volte fortemente contestati per difetto, galoppa ad una velocità pressoché doppia di quella delle retribuzioni lorde, poi ulteriormente decurtate dalle trattenute e dall’annullamento del recupero del fiscal drag. Tra i nuovi  fattori che aumentano la possibilità di cadere nell’indigenza e/o al di sotto della soglia di povertà vi è il lavoro temporaneo. In Abruzzo lavoratori dipendenti con un contratto a tempo determinato sono a rischio di povertà, relativa o assoluta. Tale percentuale scende solo per chi possiede un contratto a tempo indeterminato e non è, all’oggi, per ragioni altre, a rischio. In molte realtà si rischia il “fallimento individuale”per pagare scuola, salute, mutui. Il sentimento più diffuso, anche se non sempre denunciato, nelle famiglie monoreddito e in quelle dei lavoratori atipici, al di sotto della soglia di povertà, o ai margini di tale soglia, è quello dell’umiliazione. La disuguaglianza, cresciuta a dismisura in Abruzzo, le nuove povertà, che coinvolgono e stravolgono tantissime famiglie, e tanti lavoratori, dell’area della insicurezza, propongono una nuova, drammatica questione sociale che deve essere affrontata con una legislazione regionale e nazionale  modulata su più fronti. Si può essere laureati, e non avere un lavoro certo e sicuro, si può lavorare  ed essere poveri: è questa la  triste novità. Questo richiede una legislazione sul reddito minimo di inserimento e politiche regionali tariffarie di sostegno alle famiglie in difficoltà e/o  con figli studenti. Uno stato sociale qualificato è un fattore competitivo necessario ad un nuovo progetto di sviluppo dell’Abruzzo.

 

 

Di Franco Leone

ex Segretario Generale della Cgil Abruzzo - ex Seg. Generale Cgil Pescara e dello Spi Regionale.