PREMESSA.  

Il rispetto del principio della autonomia, nelle decisioni e nella gestione, tra sindacati e sistema politico è sempre stato un carattere distintivo dell’operato del mondo socialista. Una opinione diversa viene raccontata nella storia, circolava nel PCI, che teorizzava, addirittura, una sorta di divieto politico al sindacato di occuparsi di politiche riguardanti programmi o riforme, considerate materie dei partiti, dovendo il sindacato occuparsi di salario, di condizioni e dirritti del lavoro. Fortunatamente, anche grazie alla CGIL, compresa una “illuminata” componente comunista le cose sono andate diversamente. Non c’è bisogno di abusare nella lettura e nell’uso della “biblioteca” della storia dei socialisti, per portare esempi a supporto di questa riflessione. Naturalmente non esiste nemmeno la necessità di rammentare a noi che, esisteva una “porta girevole” delle esperienze, tra direzione politica e quella sindacale, anzi in momenti drammatici della storia addirittura le figure si sovrapponevano, perché questo scritto intende rapportare a tempi che vanno, dagli anni 60’ e quelli attorno agli inizi di questo secolo.  A memoria posso scrivere che la composizione delle riunioni, della componente socialista, non prevedeva la partecipazione, o un “aborrito” coordinamento, di un dirigente del partito socialista e, non sono in grado di citare una nella quale ci sia stata una presenza esterna. Le nostre conoscenze, non ci consentono di dire la stessa cosa delle riunioni della componente comunista, dove la partecipazione del dirigente era sacrosanta, anzi del tutto rituale. Posso, quindi garantire per mia conoscenza diretta, dovuta alla frequentazione di centinaia di riunioni di componente socialista, ai vari livelli provinciali, regionali e nazionale che questo metodo faceva parte dei comportamenti e modalità di rapporto tra dirigenti sindacali e di Partito. A questo proposito è notevole l’esempio dato dall’ultimo segretario nazionale del PSI, degno di questo incarico sul piano storico. Sto scrivendo di Bettino Craxi che viene eletto Segretario Nazionale, nel 1976,  dopo una lunga militanza nella corrente nenniana del PSI. La sua elezione sembra una sorta di colpo di stato, perché subentrato a De Martino, non veniva ritenuto un Segretario forte, anzi aveva il destino scritto di esserlo per la “transizione”. Ma la transizione è durata sedici anni e fu nel Congresso di Milano, anche grazie all’alleanza con il lombardiano Signorile, che viene rieletto, in forma semi plebiscitaria, lanciandosi nella promessa della Grande Riforma, con la elezione diretta del Presidente della Repubblica. I lombardiani, con entusiasmo si lanciarono sul progetto politico basato sulla linea di Alternativa Politica per l’egemonia a sinistra, mentre “galleggiava” il Compresso Storico del comunista Berlinguer. Ma andando in ordine, e ritornando al tema sul ruolo di Bettino Craxi nelle vicende sindacali di quel periodo e del suo rapporto con i sindacati. Stiamo parlando di tutti i sindacati CGIL, CISL ed UIL e delle particolari relazioni tra Bettino il sindacato unitario. Andando in ordine Bettino Craxi nasce a Milano il 24 febbraio 1934 e muore ad Hammamet il  19 gennaio 2000. Sono quindi più di ventidue anni che è scomparso, e quasi insieme a lui esce di scena quel PSI che lo vide “potente” dirigente, segretario e rappresentante al massimo livello della responsabilità politica. Per questi motivi, dopo lo scioglimento del PSI, si è rafforzata una tendenza a ricordare solo i suoi errori, che esistono, ma soprattutto le vicende giudiziarie, meno l’azione che è stato in grado di svolgere come leader socialista. Su Bettino molto si è scritto, e straparlato, ed allora aggiungiamo questa riflessione, perché sento che c’è una distorsione, questa del tutto immeritata dal punto di vista storico, nella descrizione dell’azione nella sua qualità di dirigente socialista e, in particolare come uomo di governo, nei confronti del sindacato. Naturalmente le cose delle quali sento il dovere di scrivere, riguardano anche vicende, riferite al rapporto tra Craxi e i sindacati, delle quali sono in grado di dare una testimonianza diretta, perché mi hanno visto presente, anche nella mia qualità di socialista o di dirigente sindacale. Molti non sanno, per limiti nell’approfondimento degli storici o, in aggiunta per responsabilità della  “vulgata” del mondo della cultura e della informazione, interessata a dare in maniera sbrigativa a Craxi il massimo della “colpa” . Nessuno deve dimenticare che il “reo confesso” nel suo, indimenticabile, intervento al Parlamento, in occasione del voto al nuovo governo Amato, non si dichiarò innocente, ma fece appello affinché, insieme, si aprisse un processo di conoscenza dei meccanismi corruttivi che avevano infettato tutto il sistema politico del nostro paese, una situazione che riguardava tutti. Ma chiudendo questa digressione, seppure doverosa, torniamo a noi, anche questo sconosciuto o poco considerato, cioè al fatto che esisteva un rapporto speciale tra Craxi e il sindacato, infatti è sempre esistito, o meglio c’è sempre stata una idea sulla essenzialità del sindacato unitario nello sviluppo della politica riformista nel nostro paese. Craxi riteneva decisiva la “condivisione” del sindacato  e considerava un bene superiore la tenuta unitaria del sindacato. Proseguendo nello scritto, ma partendo dall’inizio, per svelare i lati di questo aspetto.

Craxi dirigente PSI – Però, prima parliamo di lui, del suo modo di essere stato di dirigente, soprattutto nella sua fase di Segretario Nazionale del PSI ma anche da presidente del consiglio. Un aspetto, che non deve essere trascurato perché Craxi era un fenomeno vivente in politica, visto che nel ’79, riceve il primo incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri, concluso con la rinuncia, mentre nell’Agosto 1983 assume l’incarico di  Presidente del Consiglio che terrà per quattro anni. Bettino taglia la soglia del record di durata e di maggiore longevità d’ogni governo repubblicano. Precisamente il mandato più lungo di quello consueto dei governi della Prima Repubblica, un periodo ricco di avvenimenti molti dei quali entrati a far parte della storia del movimento sindacale e del Paese. Per me che li ho vissuti, anche direttamente, nella mia qualità di dirigente sindacale, sono stato eletto segretario della CdlP della Cgil di Pescara nell’anno 1979, resta un indelebile ricordo. L’aspetto intrigante di Craxi era la sua esperienza politica a Milano città dalle solide tradizioni riformiste, dove erano necessarie le conoscenze approfondite nel mondo delle imprese, della produzione, delle Amministrazioni e del lavoro, per potere sviluppare una capacità di incidere sul piano politico. Non deve sfuggire che stiamo parlando della capitale economica ed industriale del Paese, dove si incrociavano una sana tradizione della buona amministrazione della cosa pubblica, con sindaci socialisti di notevole spessore intellettuale, da Aniasi a Tognoli, e una imprenditoria manifatturiera, diffusa e diversificata, nel contesto di un mondo del lavoro “egemonizzato” da una classe operaia matura e sindacalizzata, occupata nei grandi stabilimenti del risorto capitalismo italiano.  In questo contesto navigava l’uomo che veniva dalla “gavetta”, cresciuto nella sua partecipazione alla vita delle sezioni e della federazione. Solo dopo inizia a svolgere incarichi di natura elettorale, prima consigliere comunale e poi deputato.  Così ha costruita la sua strada che lo porta ad essere responsabile della politica internazionale. Un incarico che gli consentirà di stringere forti rapporti con le grandi socialdemocrazie europee, procedendo ad attuare la concretezza dell’appartenenza all’Internazionale socialista del Psi. Da non dimenticare che l’ingresso nella Internazionale era avvenuto solo dopo la unificazione socialista. Un osso duro da digerire tra i molti eredi del socialismo scorso, cioè un’altra storia di relazioni con il PCI dell’epoca. L’epiteto più delicato che un socialista poteva ricevere era quello di essere un “riformatore” , un termine usato con aria dispregiativa, quasi in continuazione filologica con il più popolare “social traditore”. Stiamo parlando degli anni che vanno dal 1960 al 1970 e, quando il PSI di Craxi debutta in politica era ancora “fulgente” una parte di sinistra comunista, che non riusciva a distaccarsi dalla sua forte simpatia con Mosca. Quindi Craxi diventa un dirigente nella fase di “galleggiamento” di una sinistra dominata da una maggioranza portatrice di una visione “minoritaria” senza nessuna prospettiva di governo, se non quelle nelle amministrazioni locali. Una sorta di patto di convivenza tra la DC, destinata al governo eterno, ed un Pci esempio di buon governo, ma nei comuni. Quindi un potere centrale “irraggiungibile”, che era l’esatto contrario degli obiettivi programmatici del delfino di Pietro Nenni. Nel nome della Autonomia Socialista Craxi aprì, anche per me feroce lombardiano, una interessante fase nuova. Il Progetto Socialista che aveva nel suo DNA la proposta di una sinistra democratica candidata ad andare al governo “al potere” come negli altri Paesi europei. La parola d’ordine nuova, che sdogana il termine “socialdemocrazia” facendone una nuova bandiera, per un orizzonte dove tutto era possibile perché in molti paesi europei i partiti socialisti si erano dotati di una forte cultura di governo. Indubbiamente, con pronunce ed accostamenti diversi da molti “seguaci di Lombardi, questo universo culturale di Bettino Craxi diventa l’humus, operativo di dirigenti socialisti di grande spessore. Ripeto, compreso quelli, di diversa provenienza nelle proprie appartenenze alle correnti socialiste di quel periodo storico. Ma principalmente a questa esperienza si legarono gente che per anni avevano vissuta una vita da separati in casa. Nota bene Craxi arriva dopo una crisi elettorale profonda, elezioni politiche del 1976, nel mare “magnum” di una storia fatta di scissioni e composizioni. Tutte tragicamente concluse in maniera poco gratificante.  

Craxi il sindacato e le forze intermedie – Questo dirigente, si porta dietro l’esperienza unica, di portatore di un riformismo saldamente legato alle istituzioni delle classi lavoratrici (il sindacato, il movimento cooperativo, l’associazionismo professionale) tanto ricche e diffuse nella Milano erede di Filippo Turati e nell’Europa uscita dalla Seconda guerra mondiale. Indubbiamente Craxi diviene il punto di riferimento dell’azione di queste istituzioni che con il loro impegno quotidiano consentono la tutela dei diritti e, quindi, sono salvaguardia della democrazia. Un Craxi, che spiegava come il sale dell’iniziativa riformista del partito, dovesse essere ispirato al gradualismo e al miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita. Valori e principi fermi e immutabili, dentro la materialità della concretezza della realtà. Innegabilmente Bettino, in diverse occasioni, lascia emergere una netta definizione del sindacato, della sua necessità, non solo ad operare per il bene dei lavoratori, ma anche ad essere un soggetto politico senza ombre sul suo essere portatore di una pratica riformista. Ma sono i socialisti dentro la Cgil, a ricevere la condanna di trasmettere il messaggio “gradualista” contro un muro comunista, però sempre più debole nelle sue varie “mescolanze” miglioristi, ingraiani e seguaci del segretario di turno, giacché ci siamo anche nostalgici moscoviti. Per molto tempo riformismo e gradualismo sono state due parole impronunciabili, figlie di una deviazione, rinunciataria, opportunista e di destra. Ma su questa impostazione che avanza il disegno di Craxi, e prende forma in maniera costante una retorica, da chiamata alle armi, per giungere, una volta assurto alla segreteria, dopo la svolta dell’hotel Midas, a rendere irrinunciabile un cambio profondo nelle persone e nei gruppi dirigenti, per rafforzare la guida delle componenti socialiste della Uil e della Cgil. Naturalmente Craxi dovette prendersi tutte le accuse possibili, anche le più dure sulle ingerenze nella vita delle organizzazioni sindacali, che nascondevano però un retropensiero, da parte di chi, nella pratica quotidiana aveva rapporti ombelicali, nelle sedi dei partiti, con i dirigenti politici. La polemica fu forte, ma oggi possiamo dire che, questo interessamento di Bettino, fu una scossa positiva visto gli esiti “galvanizzanti” di questa azione portata avanti nell’’interesse di tutto il sindacato. Il cambio della direzione nella Uil, ostaggio di una maggioranza socialdemocratica-repubblicana che insieme alla minoranza Cisl bloccava qualsiasi ipotesi o avvio del il processo di unificazione sindacale, Con l’impegno di Craxi, una figura carismatica come quella  del repubblicano Raffaele Vanni, viene superata , per fare entrare in maggioranza i socialisti  e trasformare la UIL in un protagonista della strategia riformista. Naturalmente, in questo caso mi limito solo a scrivere e ricordare solo le cose, delle quali i compagni della Uil mi resero partecipe. In conclusione, fu Craxi, in prima persona che concordò con il gruppo dirigente del Psdi la nuova alleanza per un nuovo governo della Uil. Una alleanza che portò alla elezione, in qualità di Segretario Generale ‘ Nota 1. Giorgio Benvenuto. Un dirigente con solidi rapporti unitari ed un concreto componente della storica esperienza FLM, un leader giovane e dinamico che già nei fatti era il riferimento, politico e culturale, della UIL. Ma l’aria era del tutto nuova, perché Mario Didò, componente della segreteria nazionale lombardiano, quindi uno dei sostenitori del nuovo corso iniziato al Midas, accompagno il progetto Craxi anche nella Cgil lavorando per la promozione di un ricambio al vertice della componente socialista. In questo modo Agostino Marianetti diviene il leader della componente prendendo il posto di Piero Boni. Bisogna dire che Piero Boni non la prese molto bene, io stesso  ebbi la ventura di assistere ad un suo sfogo, perché agli inizi  non accettò il passaggio di testimone. Però decisamente la scelta di Marianetti, forse io non lo dovrei dire, °Nota3 perché sono di parte  visto l’antico  legame con Dino in Cgil, fu felicissima. si rivelò felicissima . Dino riuscì a dare un grande senso al ruolo dei socialisti nella Cgil,  grande prestigio, entusiasmo ed autorevolezza ai socialisti della Cgil. Questa scelta , inoltre, diede autorevolezza, nel partito, alla componente socialista ed al suo permanere nella Cgil, fino a spingere il nuovo PSI a rifiutare l’idea di dar vita ad un sindacato socialista. Anzi la presenza dei socialisti, nelle diverse organizzazioni, era la garanzia  per un futuro lavoro, sia in direzione della unificazione sindacale, ma anche della sua pratica riformista. In questo modo possiamo dare atto a Craxi di avere fatto un capolavoro politico: mandare avanti il suo progetto politico, sostenuto da un impegno autonomo di un soggetto politico autonomo cioè il sindacato unitario. È sconosciuto ai più, questo lato di Craxi, ma in tutte le occasioni  faceva del rispetto del pluralismo sindacale, della capacità progettuale autonoma dei socialisti, oramai disseminati nella varie confederazioni, un suo vanto, ed aggiungo, sempre attento e rispettoso dell’autonomia del sindacato, anche nei momenti più duri della sua esperienza politica. Non se parla molto, ma Craxi instaurò rapporti forti, anche con la Cisl, quella di Pierre Carniti. Un rapporto che portò Craxi, Presidente del Consiglio, a sostenere una scelta strategica della CISL sulle proposte, anche con la collaborazione convinta del ministro del Lavoro Gianni De Michelis,  alle proposte di Ezio Tarantelli, sulla necessità di combattere l’inflazione ed i suoi effetti devastanti sul paese e sui lavoratori. Un lavoro , quello di Tarantelli, che attirò l’odio dei BR che lo uccisero vigliaccamente.                                                                                              

Craxi e il Decreto – Ma per questa strada l’Italia, il 14 febbraio 1984 con  un decreto (detto per questo decreto di San Valentino) , approvato dal governo Craxi, vide il  tagliò di 3 punti percentuali della scala mobile, adottando parzialmente la proposta avanzata da Ezio Tarantelli. Un passaggio cruciale che cambiò  la storia economica e politica del Paese.  C’era stato un costante e duro lavoro teso alla ricerca di trovare la soluzione per il superamento di una condizione di emergenza, nella quale viveva il Paese. Tra i governi e le organizzazioni sindacali, si passava da un tavolo di trattava all’altro per  combattere il flagello dell’inflazione. Una inflazione incontrollabile e drammatica  che correva  a due cifre, falcidiando il valore delle capacità di acquisto dei lavoratori e pensionati e dei redditi più deboli. A questo punto si apre la discussione sulla scala mobile, considerato il meccanismo moltiplicativo della Inflazione. Il perché è dato dal fatto che esso operava attraverso un indice di rivalutazione automatica delle retribuzioni collegato al costo della vita. Ma era una discussione che si sviluppava nella stagione, anni 80’, dei grandi accordi triangolari, tra Governo, Imprenditori e sindacati. Però questo meccanismo, si inseriva dentro una esperienza politica che era quella dei socialisti al governo e,  quindi qualsiasi successo provocava una crisi di orticaria ai dirigenti del PCI anni 80’. È il periodo che oscura e rende “ridicole” le antiche accuse di ingerenza, nella vita del sindacato, del Craxi segretario, con un PCI impegnato a cogliere la occasione offerta  dalla metodologia che vedeva, Piattaforme e gli accordi raggiunti sui diversi tavoli della contrattazione con il Governo, nelle assemblee il sigillo democratico dei lavoratori e pensionati. Accadeva che  Cgil, Cisl e Uil redigevano, dopo infinite mediazioni, le piattaforme  rivendicative con le quali aprivano il negoziato, ma sempre portate alla consultazione dei lavoratori. Era qui che si apriva una discussione dura, dentro la quale c’era anche il malumore dei dirigenti Cisl ed Uil, perché il PCI, organizzato e presente massicciamente sui posti di lavoro, portava “emendamenti” (alcuni praticamente ai limiti della provocazione e della irricevibilità) per rendere “ingovernabili” le Piattaforme. Da non dimenticare che diversi dirigenti Pci in nome della democrazia, regalavano epiteti per lo più contro i gruppi dirigenti ormai “burocrati” malati di verticismo. Da ricordare la persistente difficoltà, fino ad assistere alle  autentiche “capriole” dei dirigenti sindacali comunisti della Cgil, strattonati da due opposti sentimenti che andavano dalla espressione di vere e proprie rotture dei rapporti politici, con il PCI alla lealtà verso le scelte effettuate unitariamente. Gli imbarazzi profondi, vissuti in questa fase, ancora li ricordò come stagione difficile, anche per il sottoscritto, segretario della CdlP di Pescara, costantemente  sfidato pubblicamente da autorevoli dirigenti del Pci, che “minacciavano” la loro partecipazione alle Assemblee dei lavoratori per mettere in minoranza la linea dei sindacati, e scacciare sottoscritto e anche gli altri dirigenti sindacali di Uil e Cisl, colpevoli del reato di volere portare danni ai lavoratori che , loro al contrario , ovviamente, volevano rappresentare al meglio. È la solita storia che si ripete, infatti un atteggiamento ed una critica simile a quella che, il PCI di Togliatti, faceva al segretario generale della Cgil Giuseppe Di Vittorio, nell’immediato dopoguerra, accusato di perseguire politiche generali e confederali, che erano materia dei partiti, unici proprietari delle politiche economiche e di riforma. Ovviamente sempre in nome della democrazia di base, mortificata dai sindacati prigionieri delle mediazioni di vertice e che volevano perseguire politiche riformiste deboli a discapito degli interessi dei lavoratori. Non deve essere considerato un banalità questo riferimento ad una antica fase storica, perché anche in Cgil questo stato di relazioni determinò confronti ricchi di idealità, ma anche di tensioni, nonostante la volontà dura di Lama e di una grande parte dei dirigenti comunisti sindacali impegnati a perseguire la pratica della “Partecipazione Democratica”  e delle relazioni unitarie. Molto tempo è stato dedicato a questo tema, senza produrre risultati sul tema riguardante la lotta all’Inflazione.

Craxi e la rottura sulla contingenza – Se si perviene al taglio dei tre punti della scala mobile, che ha avuto esiti positivi per lo sviluppo economico del Paese, ma anche per il recupero della capacità di acquisto delle retribuzioni dei lavoratori italiani, deve essere ricordata l’avvenuta Concertazione tra il Governo e le tre Organizzazione sindacali. Al tavolo parteciparono CISL ed UIL, insieme alla Cgil, ma bisogna ricordare che, quest’ultima, aveva due contestazioni frontali. Una proveniva dall’interno, dalla componente comunista della CGIL, l’altra dal PCI che costrinsero l’organizzazione sindacale ad abbandonare le trattative. Una situazione che portò Craxi, preoccupato per le conseguenze che si potevano abbattere sul processo di Unità Sindacale, e quindi per non costringere la CISL e la UIL a rompere i rapporti con la CGIL e per assicurare le altre misure di contenimento dell’inflazione concordate con gli imprenditori e gli organismi economici (agevolazioni fiscali, blocco dell’aumento dell’equo canone, norme di maggior severità contro gli evasori fiscali, blocco delle tariffe pubbliche), a varare il cosiddetto “decreto di San Valentino”. Il PCI e la componente comunista della CGIL, attraverso la copertura di etichette tipo Assemblee autoconvocate, diedero vita a massicce manifestazioni di massa. Poi l’ostruzionismo dei parlamentari comunisti contro la conversione in legge del decreto-legge, che passò alla fine grazie al voto di fiducia, non risolse la questione. Ma il PCI, in maniera sciagurata promosse la raccolta di firme,  per l’indizione del Referendum abrogativo della sola parte del provvedimento relativa al taglio dei tre punti della scala mobile. Riconoscendo, implicitamente il valore della restante parte del Decreto che introduceva importanti elementi di riforma e di tutela dei diritti per le classi più a disagio. La miopia politica del PCI era ormai un elemento forte di preoccupazione e rallentamento dei processi di riforma necessari ad una economia debole, falcidiata da una Inflazione che viaggiava doppia cifra. Quindi la citata rottura del 1984, si fece necessaria, a seguito di una verificata indisponibilità della maggioranza comunista della Cgil ad accettare un modesto intervento sulla scala mobile (un taglio di alcuni punti). Per tali motivi, compresi quelli sopra esposti,  il Governo presieduto da Bettino Craxi  varò un decreto legge e ne difese la conversione nonostante la durissima opposizione del Pci in Parlamento ed la dura contestazione nelle piazze. La Cgil si spaccò, ma inflisse anche un duro colpo allo stesso movimento sindacale, che si indebolì sempre più lungo questo percorso. Accadde inoltre che Cisl ed Uil aderirono all’intesa insieme alla quasi totalità delle maggiori organizzazioni economiche e sociali del Paese. Senza dimenticare che i socialisti, guidati da Del Turco, diedero un giudizio sostanzialmente positivo al contenuto dell’accordo, con qualche “esangue” distinguo sulla forma della decretazione. Ma il problema, mai approfondito nella sua dovuta gravità, era anche che, l’argomento Contingenza era solo lo strumento di un PCI molto impegnato nella sua strategia della ricerca dello scontro con il governo retto dai socialisti, su qualsiasi argomento, utilizzando una pratica che sviluppava i suoi veleni a tutti i livelli della battaglia politica.  La cosa che possiamo dire, avendola vissuta in prima persona è che nel frattempo Lama stava con i suoi, lontano da un PCI che ormai agiva, ma avveniva da diversi anni, autonomamente con canali propri anche nella tenuta di rapporti diretti col mondo del lavoro, desideroso di dimostrare che non aveva bisogno di intermediari prestigiosi, e tanto meno nel sindacato. All’interno dell’organizzazione, poi, vi erano forze che, intorno a Sergio Garavini, in maniera deleteria, assumevano come punto di riferimento le posizioni del partito, abbandonando anche la logica tutta sindacale della ricerca del compromesso, dell’unità d’azione sindacale.               

Craxi e la sconfitta del PCI – Come abbiamo visto la vicenda si chiuse nel 1985 all’indomani della sconfitta del Pci nel referendum abrogativo della legge che aveva tagliato la scala mobile.  Fu una vittoria di Craxi, ma dobbiamo aggiungere anche del teorico “socialista” leader della Cisl Pierre Carniti autore del progetto sulla contingenza, come lo aveva pensato il Prof. Tarantelli (ucciso per punire questa sua cultura riformista dalle BR) , ma insieme che riuscirono a sfatare un mito che da anni non veniva più messo in discussione il diritto di veto del PCI. Niente si può fare nel paese senza il consenso “esplicito o implicito del PCI”. Durante la rottura, o forse è meglio parlare di rissa,  del 1984-1985,  si favoleggiò anche che a Ottaviano Del Turco era stato offerto di diventare il segretario di un costituendo sindacato democratico (Cisl + Uil + socialisti Cgil). A me non risulta e, comunque  °Nota2 Ottaviano non parlò mai di questa ipotesi. Aggiungo che Craxi era il primo contrario, infatti era forte il suo interesse per il sindacato unitario e riformista , al punto tale che  fece tutto il possibile, prima di emanare il decreto legge, detto di S. Valentino, e successivamente  in sede di conversione, di tenere agganciata la Cgil.  

Craxi ed il mondo del Lavoro –  Circolano molte leggende sulle opinioni di Craxi sui sindacalisti, una , tra le tante, raccontava che li considerava dei grandi “rompipalle” . Una volta durante una riunione sui temi organizzativi del PSI e i rapporti con i sindacati disse che se i sindacalisti non si toglievano il vizio di volere spiegare sempre tutto ed il contrario di tutto , sarebbero rimasti dei rompipalle a vita. Semplicemente per Bettino che faceva comizi lunghi con frasi accompagnate da silenzi significativi, riempiti solo dal mulinare del dito, i sindacalisti avevano una metodologia di comunicazione “pesante”. Però, la cosa certa è che Bettino anche da Presidente del Consiglio, teneva moltissimo ai rapporti con il sindacato, anche con la Cgil in particolare. Infatti, in una occasione volle assistere ad una intervista che l’Avanti faceva a Luciano Lama.  Ma anche se non si verificavano spesso eventi siffatti, lo stesso Craxi volle intervenire nel Congresso della Cgil. In quella occasione denuncio il grande ammontare di risorse trasferito, a fondo perduto, dallo Stato alle grandi imprese, ricevendo dalla platea un applauso caloroso, perché rivendicando la svolta di politica economica e la discesa della Inflazione, invitò i lavoratori all’unità per aprire un fronte contro la diseguaglianza distributiva. “Gli Imprenditori vogliono lucrare senza pagare” furono queste le parole pronunciate che non accrescevano l’amore dei grandi gruppi imprenditoriali  verso Craxi , che però sondò anche l’umore della base sindacale sulle sue idee, poste alla base del Referendum del giugno 1985. Idee che erano state capite dal Paese e dalla maggioranza dei lavoratori che lo avevano sostenuto. Per Lucio Colletti  “Fu l’apogeo della sua fortuna politica.”

Craxi l’inflazione e il sindacato – Necessariamente, deve essere riconosciuta al Governo Craxi una capacità forte di politica economica che ebbe il successo evidente nella riduzione dell’andamento a doppia cifra della Inflazione del 12,30% ad un più mite 5,20%. L’economia italiana vide una crescita dei salari (in quattro anni), di quasi due punti al di sopra dell’inflazione. Un periodo nel quale l’Inghilterra venne superata da una Italia divenuto il quinto paese industriale avanzato del mondo. Questo è un dato che premia i socialisti, che li ripaga dall’essere stato oggetto di “scherno” continuo come “affamatori” del popolo. Naturalmente i risultati dimostrano l’esatto contrario e che, chi come me dopo una Manifestazione svoltasi a Pescara (unica Camera del Lavoro Provinciale abruzzese a guida socialista)  da parte degli autoconvocati, si dimise da segretario generale, ha motivi per dire che stava dalla parte giusta. In quella occasione molti dirigenti della componente comunista si affettarono a spiegarmi che non era una Manifestazione ostile alla mia persona, grazie, ma io continuo a dire perché a Pescara allora ?. Me ne andai a Roma, nella qualità di collaboratore di  Marianetti, in quella fase responsabile Nazione di Organizzazione  del Psi, ed ho girato l’Italia a fare comizi sul referendum. Ho sostenuto che il Decreto di San Valentino nascondeva i due amori  di Bettino Craxi. Il primo amore riguardava una Italia, in forte sofferenza provocata dai mancati interventi, dei governi precedenti, nel di bloccare l’andamento della Inflazione considerata, una perversione per l’economia del paese e contraria agli interessi  dei lavoratori. Il secondo era il sindacato unitario, perché nella sua idea non poteva che essere riformista, per questi motivi tentò a tutti i costi, di evitare una rottura tra la Cgil e gli altri sindacati, tanto era forte il suo interesse per un  sindacato unito. Ma nello scorrere questo scritto sarà facile se questi amori craxiani non sono stati traditi dall’azione debole, del suo governo. nell’evitare la crescita del debito pubblico.                                                                                     

Note allegate-                                                                                                                                      

‘ Nota 1.  Poi, la nemesi volle che fosse Giorgio Benvenuto a sostituire Craxi, per alcuni mesi, al vertice del partito dopo il terremoto di Tangentopoli.                                                                            

°Nota2      A questo punto, specie per i più giovani, è necessario dare qualche spiegazione sul perché i socialisti (una componente ora scomparsa dal sindacalismo italiano) fossero presenti in differenti confederazioni.  Nel dopoguerra, la Cgil, in forza di un patto tra i partiti, era una confederazione unitaria, comprensiva di tutte le principali componenti del mondo politico di allora (comunisti, democristiani, socialisti, repubblicani). Dopo il 1948, le correnti democratiche, in varie fasi, uscirono dalla Cgil, dando vita alla Cisl (in cui si riconoscevano i lavoratori cattolici, anche se la confederazione si agganciò subito al sindacalismo democratico occidentale non a quello di impronta confessionale) e alla Uil (dove confluirono i lavoratori socialdemocratici, repubblicani e laici). I socialisti del Psi restarono insieme ai comunisti nella Cgil (anzi lo statuto del partito imponeva l’iscrizione alla Cgil). Dopo l’unificazione socialista del 1966, i lavoratori socialisti si ritrovarono tanto nella Cgil quanto nella Uil. Ma il pluralismo sindacale socialista non fu mai un handicap né per i militanti socialisti né per il sindacato nel suo insieme. Ebbe rapporti paritari con i socialisti della Uil di Benvenuto e con i compagni della Cgil, con Marianetti prima e con Ottaviano Del Turco poi; con quest’ultimo era legato poi da un’antica militanza autonomista, Soprattutto non ritenne mai che il rapporto col sindacato si esaurisse nel rapporto con le componenti sindacali socialiste. Il Psi non rinunciò, dunque, a relazioni dirette con le confederazioni sindacali.  Craxi stimava Luciano Lama, il grande leader riformista della Cgil, il quale – purtroppo quelli erano tempi difficili – gli volle mandare un segnale di attenzione, accettando il suo invito a commemorare, in morte, Pietro Nenni, con toni e riconoscimenti esplicitamente autocritici nei confronti dell’ostracismo che il Pci aveva riservato alle scelte del vecchio leader socialista.  Si racconta persino che quando Lama concedeva un’intervista all’Avanti! Craxi  accompagnasse il direttore Ugo Intini per ascoltare.               

 °Nota3 Sono di parte, naturalmente, perché in una particolare fase della mia esperienza entrai in una dura discussione con il gruppo dirigente romano, di “osservanza” lombardiana che non apprezzava la mia eccessiva libertà di opinione nei confronti di diverse decisioni assunte dalla locale Federazione di Pescara, a guida lombardiana, non collimanti con scelte assunte nella Cgil di Pescara. Il contrasto fu così forte lotta che decisi di rimettere il mandato. In quella occasione Marianetti, già Segretario Nazionale Aggiunto ,  con il quale avevo avuto rapporti fugaci, intervenne fino a presiedere il CD di Pescara, che mi rinnovo la fiducia dopo un suo intervento, che poneva al centro l’autonomia sindacale, nei confronti del sistema partiti. Furono rapporti ed amicizia , che ho mantenuto come collaboratore, anche quanto Dino  divenne dirigente responsabile della organizzazione Nazionale del PSI.